L’alternativa al sarkozismoinate?
March 20, 2010 / Francois Lafond
Europa
Domenica i francesi torneranno alle urne per il secondo turno delle regionali. Difficilmente, questo test elettorale potrà fornire indicazioni precise sugli elementi che caratterizzeranno la seconda metà mandato di un presidente che si è presentato come un riformatore e un modernizzatore. Malgrado ciò, dall'esito del primo turno è possibile leggere alcune tendenze.
L'elemento più significativo, ovviamente, è l'astensionismo. Confrontati a un 53,6 per cento di astensionisti - circa 23 milioni su 42,42 milioni di elettori - contro il 39,16 per cento del 2004, gli analisti si sforzano da una settimana di spiegare la disaffezione dei cittadini. Le ragioni possibili sono numerose, e ognuna ha una parte di verità. Il debole radicamento storico delle regioni, istituzioni che esistono soltanto da qualche decennio e di cui i francesi sono chiamati a eleggere i dirigenti soltanto dal 1986. Il presidente della Repubblica, poi, volendo portare a termine nel 2010 una vasta riforma che avrebbe dovuto raggruppare regioni e provincie (non riuscendo a sopprimere queste ultime) e affermando che bisognava razionalizzare le loro attività, forse non ha favorito la mobilitazione dell'elettorato. Altro elemento, le regionali si sono svolte per la prima volta senza essere associate a un'altra elezione, prassi che in genere incoraggia gli elettori a recarsi alle urne. Infine, la campagna elettorale si è svolta principalmente su temi e sfide locali, con presidenti impegnati esclusivamente nelle proprie regioni, e qui intenzionati a rimanere. Unica, illustre, eccezione: Ségolène Royal. La quale, non essendo parlamentare era obbligata a fare un buon risultato, per poter mantenere le proprie aspirazioni e presentarsi alle primarie del 2012. Il buon risultato di domenica la prefigura rieletta presidente della regione Poitou-Charentes, continuando a essere una spina nel fianco del segretario socialista Martine Aubry.
Il secondo elemento caratterizzante del primo turno, elemento che probabilmente verrà amplificato dai risultati definitivi, è lo sbriciolamento della maggioranza presidenziale, ridotta ormai all'unico partito al potere, l'Ump. Con il 26,02 per cento dei voti, il suo risultato è inferiore a quello delle elezioni europee di nove mesi fa (28 per cento) e soprattutto molto inferiore alle elezioni regionali del 2004 (35 per cento). La strategia di assorbimento voluta dal presidente sin dal primo turno, a detrimento di una pluralità di partiti che avrebbero potuto offrire più scelte agli elettori e raggrupparsi al secondo turno, non è stata forse la migliore strategia. I partiti che compongono o sostengono il governo (Il Mouvement pour la France di Philippe de Villiers, il Nouveau Centre di Hervé Morin, i Progressistes di Eric Besson, la Gauche moderne di Jean Marie Bockel) sono stati spinti a entrare nelle liste dell'Ump sin dal primo turno. Una strategia unificatrice che non permette di raccogliere nuovi votanti al secondo turno e rende difficile rivolgersi a nuovi elettori, che non siano gli astenuti. Il primo messaggio di Nicolas Sarkozy, del primo ministro François Fillon e dei vari ministri in campagna elettorale, così, è stato quello di lanciare un'energica ri-mobilitazione dell'elettorato per cercare di capovolgere l'attuale risultato.
Il terzo elemento significativo è il Partito Socialista al 29,1 per cento, risultato più che onorevole se si considera che alle ultime elezioni europee era arrivato al 16,5 per cento. È merito del suo leader, Martine Aubry, e del suo paziente impegno di ricostruzione? O è un riconoscimento per il lavoro svolto dalle giunte regionali alle prese con problemi di gestione locale (scuola, formazione professionale, sviluppo economico, pianificazione territoriale, trasporti, cultura)? In ogni caso per i venti presidenti socialisti che presumibilmente verranno rieletti grazie agli accordi firmati tra i due turni con il partito verde Europe Ecologie, si tratta di un buon risultato.
Eccoci, così, a Europe Ecologie che con il 12,6 per cento conferma il proprio radicamento nella vita politica nazionale ed è il quarto elemento importante di queste elezioni. Sotto la spinta del suo leader carismatico Daniel Cohn-Bendit, e con il 16,28 per cento dei voti, alle europee del 2009 i verdi avevano sorpreso tutti. Con buoni risultati un po' ovunque, diventano ora l'alleato naturale del Ps con cui, in due giorni, hanno concluso accordi programmatici regione per regione che prevedono liste unitarie al secondo turno (che includono anche il Front de la gauche al 6 per cento, raggruppamento del Partito Comunista con altri due partiti della sinistra). Le trattative tra Ps e verdi si sono svolte su contenuti molto precisi, legati a problemi locali: un ecologista vicepresidente del Consiglio regionale in Rhône-Alpes, modifiche tariffarie per gli abbonamenti del trasporto pubblico in Île de France (in particolare la metro), le centrali nucleari in Provence-Alpes-Côte d'Azur e in Bourgogne, l'alta velocità in Alsace, in Aquitaine e in Franche-Comté Al contrario di quanto successo in passato, gli accordi sono stati raggiunti velocemente, dando prova di nuova maturità. Forse, perché i tre leader dei partiti in questione sono donne (Martine Aubry, Cécile Duflot per gli ecologisti e Marie George Buffet per i comunisti) e hanno voluto procedere con pragmatismo, secondo la cultura del risultato e senza colpi di testa? Il new deal della sinistra sociale, ecologica e repubblicana è il primo segno tangibile che le presidenziali del 2012 sono nell'aria.
Ultimo elemento importante, la permanenza dell'estrema destra, il Front National che tutti credevano ormai in declino (6,3 per cento alle europee) visto che il suo presidente si preparava a ritirarsi, e che invece, con l'11,42 per cento, continua ad attrarre 2 milioni 200mila elettori. Una sorpresa che conferma come l'agevole elezione di Nicolas Sarkozy nel 2007 sia stata possibile grazie al contributo di questo elettorato preoccupato dalla disoccupazione, l'immigrazione, il potere d'acquisto e gli effetti della globalizzazione. Deluso da un presidente che ha coinvolto numerosi esponenti di sinistra nel governo e nelle istituzioni dello Stato (come la Corte dei Conti o il Consiglio Costituzionale dove è stato nominato un fedele di François Mitterrand), questo elettorato è tornato forse alla sua protesta tradizionale.
Domenica la sinistra potrebbe vincere in tutte le regioni. Questo non cambierebbe granché, visto che su 22 regioni, 20 sono già amministrate da presidenti socialisti (salvo la Corsica e l'Alsazia). Quello che invece potrebbe cambiare, sono gli equilibri nazionali. Sul versante presidenziale, Nicolas Sarkozy potrebbe essere tentato di rallentare e di ridurre le riforme. La riforma delle pensioni, territoriale e della giustizia sono già in agenda ma potrebbero essere le ultime del quinquennio, per prepararsi meglio a un'eventuale rielezione e concentrarsi sui temi della campagna elettorale: soprattutto il lavoro e il potere d'acquisto. Sarkozy potrebbe utilizzare questo periodo per assumere (finalmente) statura presidenziale e scambiare il proprio ruolo con quello del primo ministro, François Fillon, ostinatamente più popolare del presidente (in media del 13 per cento). Un fenomeno che non si vedeva da sessant'anni!
Sul versante della sinistra, prima di portare a livello nazionale il grand chelem annunciato nel dicembre del 2009, il numero uno del Ps dovrà risolvere ancora numerose incognite. Un partito dalla buona gestione locale, sano e utile contropotere democratico alla destra che controlla entrambi i rami del parlamento. Le elezioni regionali potrebbero accelerare la ricostruzione di un'alternativa credibile al sarkozismo, proponendo una prima risposta ai tre quesiti essenziali per la riconquista del potere: quale leader? quale progetto collettivo? con quali alleanze? Lo yes we can potrebbe finalmente attraversare l'Atlantico!



